| Tappe della passeggiata:
1: Piazza Vanvitelli
2: Corso Giannone
3: Aldifreda e i Mulini
Militari
4: il casale di Sala
5: San Leucio
6: Vaccheria
Seconda tappa: Corso Giannone
Al termine della prima parte di
questa lunga passeggiata, ci siamo lasciati davanti alla Scuola
elementare “De Amicis” .
E’ ora di percorrere l’intero Corso Giannone, affollato di
studenti di ogni età, oggi come sempre.
“State attenti! State attenti ora che uscite! Potreste finire
sotto una carrozzella!”.
Questo era l’avviso giornaliero dei nostri maestri negli anni
'40 quando, al
termine delle lezioni, ci accingevamo ad uscire dai locali della
Scuola Media “Giannone”. Oggi un simile avvertimento fa almeno
sorridere, ma allora era opportuno per evitare che noi discolacci
uscissimo di corsa dal portone della scuola e fossimo travolti… da
una carrozzella ! Proprio così perché, allora, il Corso Giannone
aveva una carreggiata molto stretta, meno della metà di quella
odierna, dovuta ai lavori di allargamento e risistemazione degli
anni cinquanta dello scorso secolo. Fino ad allora il corso Giannone
era privo del largo marciapiede che oggi costeggia la robusta
inferriata e …dell’inferriata, che ha sostituito l’alto muro
di recinzione del Parco, come quello che si può vedere a via Ponte
di Ercole o a Puccianiello.
Può sembrarvi strano che io sia stato a scuola in tanti posti
diversi, ma è stato proprio così. Infatti io e tanti casertani
abbiamo dovuto “fare” le scuole elementari e medie nei pochi
locali che i danni dei bombardamenti e le requisizioni militari
consentivano in quei tristi e lunghi anni di guerra. In particolare,
per darvi l’idea del nostro peregrinare da una scuola all’altra,
io ho fatto lezione nei locali della Scuola elementare “De Amicis”
e della Media “Giannone”, entrambe al corso Giannone; nei locali
dell’attuale Questura e della Torre a Palazzo Vecchio; nei banchi
delle aule messe a disposizione dalle suore Riparatrici del Sacro
Cuore in via Tanucci; nei locali della Camera di Commercio in via
Roma.
Passata un poco la bufera, le cose andarono meglio perché il
Liceo Scientifico, la Scuola Media Vanvitelli e l’Istituto Tecnico
per Ragionieri e Geometri trovarono sistemazione in Palazzo reale,
lato giardini della Flora.
Ma a me, passato a Palazzo reale, rimasero nel cuore sia il Liceo
Giannone sia la chiesa di sant’Antonio per una gentile
consuetudine: prima dell’inizio delle lezioni giornaliere, era
assidua la frequenza degli studenti e studentesse all’altare di S.
Antonio, nella chiesa retta dal giovane prete don Mario Vallarella,
che, appena dopo la guerra, aveva raccolto intorno a se tanti
ragazzi orfani o disadattati dando loro una casa, un pasto e, per
molti di loro, un dignitoso avvenire.
Rivolgere a sant’Antonio le preghiere per una buona
interrogazione o per il corretto svolgimento del compito in classe
erano quasi di abitudine, allora. Il buon Santo non poche volte si
è sentito rivolgere anche la preghiera di incontrare, all’uscita
dalla chiesa, lo sguardo o il sorriso di colui o colei che provocava
i primi turbamenti, le prime pene d’amore. Penso che sant’Antonio
non abbia mai messo il broncio per questo e che qualche strappo l’abbia
fatto, lui che poteva leggere nelle anime! Non so se questa dolce
usanza si sia conservata in questi lunghi e travagliati anni.
Anche per il precetto pasquale, che allora si svolgeva in ogni
scuola e costituiva un momento di spiritualità e di socializzazione
al di fuori delle rigide regole scolastiche e familiari, si aveva
preferenza per la vasta chiesa di sant’Antonio. L’evento era
molte volte solennizzato da un santino datato e distribuito al
termine della cerimonia, prima del rompete le righe, che era
festosamente salutato da alunni e docenti in quanto era l’unica
lectio brevis durante un anno di quotidiano e duro lavoro scolastico
Appena dopo la chiesa, nel palazzo in cui è ubicato l’Ufficio
Postale, ci attirava la fucina di un fabbro ferraio nonché “sferracavalli”.
Mi sembra che si chiamasse Grignola, di Puccianiello. Ci affascinava
sia il ferro che usciva incandescente dalla forgia e che sprizzava
scintille sotto i colpi dei martelli manovrati da due giovani a
torso nudo sia il puzzo degli zoccoli bruciati dal ferro appena
forgiato sia, ancora, la maestria con la quale il Grignola, per
fissare i nuovi ferri, conficcava i grossi chiodi negli zoccoli dei
cavalli.
Ancora cento metri e siamo in piazza san Pietro, in Aldifreda, la
frazione più vicina al centro di Caserta, ma che ancora quarant’anni
fa non pochi casertani del centro consideravano lontanissima. Oggi
è da considerare centro di Caserta per la massiccia presenza di
unità abitative residenziali, l’insieme dei servizi offerti e per
la continuità, senza soluzioni, dei fabbricati che la uniscono a
piazza Vanvitelli.
La piazza -delimitata a est dal palazzo dell’ex sindaco
Cappiello, a ovest dal grande palazzo Alois , a nord da ciò che
resta del palazzo Zito con la relativa cappella dedicata a san
Michele Arcangelo, oggi sede degli accollatori di san Pietro- fa
ancora la sua bella figura quando non è invasa dalla presenza delle
auto in sosta selvaggia. In questa piazza si rappresentava da
volenterosi giovani “la Tragedia della crocifissione di san Pietro”
e si organizzava con corale partecipazione la sagra del “cucuzziello”,
ormai scomparsa: a giugno festoni di zucchini, di cucuzzielli,
addobbavano la piazza ed i portoni di Aldifreda inframmezzati da
coloratissimi festoni ottenuti concatenando anelli di carta. Le
mamme preparavano la colla -colla di farina, naturalmente-, le
signorine sceglievano gli opportuni fogli di carta colorata e ne
ricavavano striscioline di carta, che poi venivano incollate in
forma di anelli concatenati tra loro dai più piccoli; i maschi
appendevano festoni e cucuzzielli. Il tutto in una estrema
confusione, tra battutine anche salaci, pettegolezzi vari e grasse
risate, l’inevitabile incavolata del nervosetto di turno. Quei
giorni il cucuzziello la faceva da padrone giacché in ogni casa
della borgata venivano cucinati in tutte le salse: in bianco, con i
fagioli, indorati e fritti, alla parmigiana, a fungitiello, etc. |
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