Al L.AR.TE.S. - Piccolo Teatro Caligola- per la rassegna “Verso” Sud 2006/2007
Premio Teatro Città di Aversa, Sabato 16 Dicembre alle ore 20,45, il
teatro della Centena di Rimini presenta "Niente", premio della critica al
festival Ermo Colle 2006 di e con Maurizio Argàn
Interventi di Damiana Bertozzi Fraternali musiche originali Gaspare Federico
l'abito di scena è della pittrice Germana Salvini oggetti di scena Marco
Fantonelli collaborazione al progetto Fabrizio Bonardi Stefano Masi tecnici
luci, audio Luca Tognacci Mauro Baratti Amos Lazzarini video Mauro Baratti
aiutoregia foto ufficio stampa Alessandro Carli
La drammaturgia di NIENTE di maurizio Argàn tra reminescenze letterarie e
citazioni iconografiche
La drammaturgia e la messa in scena di Niente, interpretato con intensità e
passione da Maurizio Argàn, seducono per i continui rimandi a suggestioni
visive e citazioni letterarie e metaletterarie che si uniscono, in una sorta
di incalzante caleidoscopia, ad un evanescente gioco di rimandi
iconografici. Come non ravvisare infatti nella figura del/la protagonista
inizialmente avvolta nel suo involucro di tulle - ad un tempo placenta e
velo nuziale - l'immagine della mai sposa e vergine "folle" per eccellenza,
quella Ofelia shakespeariana che Millais ha raffigurato immersa nella
corrente amniotica del sonno mortale avvolta in veli trapunti di rose e di
asterie? Tuttavia i rimandi alle citazioni di "follie" letterarie e
iconografiche non si esaurisce con questo esempio. Vi è in Niente un
persistente ricorso a una gestualità, a costumi, a colori e a luci che
riconducono all'universo poetico e allegorico del tardo Manierismo e del
Barocco. Così i violetti e i rossi, le calde lame di luce dei tagli che
ritmano il dipanarsi del monologo del/la protagonista rimandano agli impasti
cromatici e ai fendenti chiaroscuri di Caravaggio e dei caravaggeschi, ma
soprattutto alle figure di Rembrant e al mondo umbratile e introspettivo di
Artemisia Gentileschi, dei Carracci e di Beccafumi.Un mondo che ben si
accorda con la visione della follia tra Cinque e Seicento: da Erasmo da
Rotterdam al Narrenschiff di Brandt per giungere sino ai claustrofobici
drammi del Siglo de Oro spagnolo.
M.C./Brescia
Lo spettacolo
Quando si vive la follia ogni possibile realtà trascolora incessantemente
in un'altra e poi in un'altra ancora. La follia è anamorfosi della persona,
percezione distorta eppure cristallina di un progressivo inabissamento di
sé. E' un inarrestabile spostamento di prospettiva che non ha un fuoco, ma
una molteplicità di fuochi in continuo movimento. E il fuoco, centro della
visione e dell’esistenza, è, fuor d'ogni metafora, fuoco vivo: quello intimo
della passione e dell'amore di un'anima fiammeggiante di delirio e al tempo
stesso bruciante di lucidità adamantina, così che amare diventa ardere
dell'inappagato desiderio di un altro sé stesso più degno di amore, in cui
riflettersi il più infedelmente possibile come in uno specchio in frantumi.
Del resto ,di cosa è fatta la follia se non di frammenti di noi stessi.
Follia è tormento, incapacità di mascherare il nostro io più vero e profondo
e quindi la sublime libertà di essere ogni possibile io.
Ma la follia è anche vortice, spirale, gorgo della coscienza e sommovimento
incessante. E' senso di abbandono di noi stessi a noi stessi. E'
un'irresistibile vertigine che attrae nel vuoto, nel nulla che è infine il
tutto.
La folla è un buio in cui la luce giunge a spiragli, come attraverso una
persiana chiusa in un pomeriggio estivo. Prorompe come lama dentro la stanza
e si fa spazio senza però avere la forza di illuminarla: troppo potente,
troppo concentrata, essa riesce solo a disegnare vuoti riquadri splendenti
portandosi dietro il brusio indistinto del giorno.
Nella follia l'affabulazione si muta in confabulazione, in un torbido e
segreto complotto di se stessi contro se stessi. La follia crea lo
spettacolo ed è al contempo il suo più famelico spettatore. Essa mette in
scena lo sprofondamento nel tempo e nello spazio dell'anima sino a quelle
profondità viscerali, amniotiche, del ventre materno, laddove essa si
avvolge su se stessa strangolandosi con le spire di un inscindibile cordone
ombelicale che nutre, ma che al tempo stesso soffoca. Nutrimento al posto
dell'aria, che conduce inesorabile ad un'ipertrofia dell'io e ad
un'inarrestabile proliferazione della sensibilità. Ed è qui che la follia si
fa madre: insaziabile e insaziata progenitrice che crea e distrugge al
contempo. Così come la voce, quella interiore ovvero recitante, tesse e
disfa come una Penelope la trama di un'esistenza perduta, condannata ad
un'erosione continua e inarrestabile a partire dalle sue stesse fondamenta,
quasi come se ogni parola non riuscisse a sostenere il cumulo delle altre
che da essa prendono vita. La parola si trasforma così in scoria, in
residuo, polvere esistenziale gettata in aria, lava incandescente che
esplode da profondità insondabili destinata a ricoprire ogni spazio e ogni
tempo. Ma forse da lì, un giorno, nascerà la vita. Stefano Masi
una produzione teatro della centena con il contributo di Argo Navis -
itinerari teatrali nella provincia di Rimni |
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