Mutamenti...Teatrali primaedizione '05: Ermyntrude ed Esmeralda

Caserta – dal 16 Settembre 2005

Articolo e foto di Pia Di Donato


Caserta. “Un teatro che faccia pensare”, questa è la frase, di Roberto Solofria, che più mi ha colpito alla fine della prima serata della rassegna “Mutamenti...Teatrali”. Ho detto serata e non spettacolo, perché la proposta dei tre appuntamenti, non è solo quella di assistere ad uno spettacolo, ma soprattutto quella di intrattenersi, complice un sottofondo dato da “900 Jazz Quintet” e le prelibatezze di Tipicando, in un informale “dopo spettacolo” nel porticato del chiostro di S. Agostino.
Ma veniamo alle proposte della rassegna: tutti e tre gli spettacoli sono affidati a compagnie che fanno parte di un sodalizio detto TAM – Teatri d’Arte Mediterranei- che consente a compagnie non di grido e, forse per questo, estremamente attive uno scambio di esperienze e di partecipazioni a rassegne teatrali.
Nella prima serata, i fortunati spettatori hanno potuto scoprire Lytton Strachey (1880-1932), uno dei “Bloomsbuggers”, ovvero appartenenti al gruppo di Bloomsbury, di cui faceva parte Virginia Woolf: un gruppo incredibile di menti, idee “sovversive” e “perversioni” (volendo utilizzare i termini tipici dell’epoca vittoriana).
È dall’analisi impietosa del falso moralismo e delle “pruderie” dell’epoca, che nasce l’epistolario fra due ragazze che, ignare dei più semplici rudimenti del sesso -“castrazione forse vuol dire divorzio” commenterà una di loro- e fondamentalmente senza malizia, si scambiamo esperienze e commenti sul mondo che vien loro tenuto nascosto perché “immorale”.
L’adattamento teatrale - ci ha raccontato la regista Nicoleugenia Prezzavento - ha comportato solo la “trasposizione spaziale” del lavoro di Stratchey, vista la atemporalità dei temi proposti.
Estremamente coinvolgenti Marta Pepe e Carmela Sanfilippo nei ruoli di Ermyntrude ed Esmeralda, dai caratteri molto differenti: più “sperimentale” la prima, legata ai tipici canoni vittoriani la seconda.
Entrambe, al temine delle gustose e irriverenti missive, troveranno risposta al quesito “come si fanno i bambini” ma risulteranno comunque vittime del falso moralismo e della repressione sessuale.
Due ultime considerazioni sulla frase “un teatro che faccia pensare”. La prima riguarda il coraggio che queste compagnie, minori solo di nome, di proporre autori e/o tematiche che stimolano prima, durante e dopo lo spettacolo: personalmente, per esempio, non sapevo che Stratchey fosse stato il biografo di Voltaire. La seconda, e conseguente, è la difficoltà che rassegne di questo tipo trovano sia per l’attuazione che nella risposta del pubblico, in specie quello giovanile, non stimolato, a scuola e a casa, alla curiosità.

 

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Carmela Sanfilippo

 

Marta Pepe

 

 

foto di Pia Di Donato

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