Teano Jazz Winter: Jerry Popolo quartet

Teano (ce) - 8 Dicembre 2005

Articolo e foto di Gero Mannella


Teano, 8 Dicembre. Dopo 13 gloriose edizioni estive, ecco che Teano Jazz raddoppia: da ieri sera la prima edizione Winter di uno dei festival jazz di maggiore prestigio della penisola.
Coraggiosa l’operazione di animare una stagione tradizionalmente letargica per il jazz, a meno di sparuti jazz club che danno asilo a musicisti locali, e coraggiosi gli appassionati a sfidare per l’occasione una livida serata di pioggia.
L’evento di apertura della rassegna era il concerto del Jerry Popolo quartet nella chiesetta di San Pietro in Acquariis, nel centro storico dell’antico borgo.
Diciamo subito che il luogo, per quanto suggestivo, non era l’ideale per l’acustica, complice un approssimativo lavoro dei tecnici audio.
Per cui una buona metà del concerto ha visto la rimbombante preponderanza acustica della sezione ritmica a danno dei due strumenti solisti.
Al proscenio quattro baldi esponenti della ormai nota scuola salernitana: Jerry Popolo al sax tenore, Alfonso Deidda al piano, Dario Deidda al basso elettrico e Giampiero Virtuoso alla batteria.

Il sound è di quelli furbi, ammiccante al neofita nei temi orecchiabili e nella ritmica di agevole presa, con qualche concessione modale al filo-hardbopper quando gli assolo inclinano all’incandescenza.

Si comincia con “Suspence”, un trascinante easy bop per riscaldare il compatto e raggelato uditorio, a cui fa seguito un’esotica cadenza di bossa alla Stan Getz, in cui il poliedrico sassofonista si concede un interludio accorato e nelle note del bassista risuona il migliore Eddie Gomez.
Nello swingante “Mister G” si rimarca un impulsivo duetto centrale con Virtuoso che incalza Popolo in una cascata di suoni che evocava un Coltrane d’annata al Village Vanguard. Ma era giusto un intermezzo: poi tutto si ricompone confluendo in un rassicurante mainstream.
Su tale linea si inserisce la ballata successiva, il cui sound non è lontano da certi canoni Blue Note degli anni sessanta (un nome per tutti, parlando di tenori: Hank Mobley).

Il gruppo, è conclamato, si regge sull’asse Popolo – Dario Deidda.
Quest’ultimo è un bassista dalla tecnica raffinata e con idee debordanti. Di quei pochi bassisti che potrebbero tenere un concerto da soli senza annoiare. Cominci col sound pastoso del basso elettrico, poi chiudi gli occhi e ti trovi a sentire le armoniche di una chitarra, i barré compulsivi che segnano la ritmica, e poi via via echi di trombe (alla maniera di Pastorius) e sdrucciolii sugli acuti.
Riapri gli occhi pensando caso mai si fosse aggiunta una guest star, e invece trovi ancora le dita del Deidda che saltabeccano sulle quattro corde.
Ascoltarlo nel preludio al conclusivo Country di Keith Jarrett per conferma.

Per il resto una lirica citazione del Wayne Shorter di “Anamaria” e il concitato umore afro-cubano dell’autarchica “Afternoon”, in cui il sassofonista in gran spolvero ricalca le orme di un giovane Sonny Rollins.

Cosa dire alfine? Un concerto di chiara matrice boppistica, sanguigno e ortodosso quanto basta, popolare se vogliamo. Del resto come non esserlo, se il leader si chiama Jerry Popolo?

 

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