«Lolek», inedito Karol Wojtyla al Teatro Don Bosco

Caserta –  24 aprile 2015

Comunicato stampa

Ci sono uomini che caratterizzano epoche e che, in fin dei conti, rappresentano quanto di meglio l’uomo può dare di sé. Al Teatro Don Bosco di Caserta la rappresentazione profonda ed intensa di un uomo straordinario ancor più che come grande Papa: Karol Wojtyla.
LOLEK, opera di Patrizio Ranieri Ciu, andrà in scena il 24 aprile, ore 21, al Teatro Don Bosco, proponendo riflessioni tra le più intime della vita straordinaria di un uomo che più di altri è vicino a Dio.
Inediti di rara bellezza scritti da Karol Wojtyla si intrecciano con il testo teatrale e le musiche originali di Patrizio Ranieri Ciu come chiave di lettura dei principi, emozioni e valori assoluti che hanno caratterizzato le scelte artistiche ed umane di Wojtyla uomo.
Gli interpreti saranno i giovani artisti del Teatro Stabile di Innovazione della Città di Caserta «Fabbrica Wojtyla», chiamati ad una ennesima prova di qualità professionale in questa Stagione Teatrale che resta la principale caratterizzazione culturale della città, concreta risultanza di una realtà artistica senza precedenti per un gruppo di talenti così giovani. Giovani peraltro determinati che, coscienti della drammatica crisi non solo culturale in particolare del Sud Italia e di questa provincia, senza contestazioni o provocazioni, stanno proponendo una occasione di riscatto ad un territorio continuamente umiliato e calpestato da una politica distratta e dai media che ne hanno evidenziato solo i lati peggiori.
La messa in scena del LOLEK permette a questi giovani, veri protagonisti della cultura cittadina, di affrontare il tema dell’uomo e dei suoi valori evidenziando il profondo distacco esistenziale tra la sublimazione dell’individuo ed il relativismo di una società sempre più vittima dei suoi peggiori modelli di globalizzazione dovuta alla comunicazione di massa.
LA TRAMA – La rappresentazione scenica si attiene all’unica specifica forma di Teatro amato da Wojtyla: il Teatro Rapsodico. Il tema è l’esperienza teatrale ed artistica di Lolek, appellativo con cui da giovane era chiamato Karol Wojtyla. È il teatro della Parola, che individua tra i suoi scritti inediti le sue personali riflessioni poetiche derivate dalla sua esperienza diretta: la sorellina perduta, l’affetto della madre scomparsa, il legame con la sua terra aggredita dal nazismo, il lavoro tra le pietre, fino alla scelta che determinerà l’abbandono del teatro per quel sacerdozio che lo porterà alla vetta umana più elevata. Ma quale è il suo più intimo segreto? Una visione fantastica della Via Crucis? L’immagine femminile a cui dedica il suo motto Totus Tuus o il suo “Dialogo con Dio”? Saranno intuizioni musicali, poetiche, monologanti e sceniche a provare a dare una risposta all’enigma finale: chi è Lolek?

Lo chiamavano Lolek, Carletto. Intelligente, studioso, altruista, e goloso. Abitava al primo piano di una casa a ballatoio, due stanze e cucina, oggi trasformate in museo, tra quelle sue montagne dove poteva montare gli sci di legno o usare la pagaia nelle solitarie discese in canoa lungo i torrenti. Lolek, il monello nelle strade di una piccola città che diventerà il globetrotter instancabile dei viaggi apostolici.
Tanto Lolek fu operaio, poeta, attore e drammaturgo, quanto Karol fu teologo e filosofo le cui dimensioni spirituali coinvolsero ragione, fede e intuizione poetica. E il nesso di queste tre forze, nell’unità strutturale in cui si trovano in Wojtyla, costituisce quello che Platone chiamava il “dèmone” con cui l’uomo nasce e da cui è accompagnato per tutta la vita. È la cifra emblematica della spiritualità dell’uomo, il “codice dell’anima”. L’uomo inteso come persona, concetto, sconosciuto nell’ambito del pensiero ellenico, che nasce esclusivamente nell’ambito del pensiero cristiano e si è contratto in quello di “individuo” in età moderna e contemporanea. Dunque, per Lolek la pienezza e la perfezione d’essere non si possono rendere se non con la parola “persona”. Dirà: «Dio è Creatore della persona, in essa rispecchia Lui stesso. Creatore della persona, Dio è fonte della personalità individuale».
Scrisse un’ultima enciclica, ma senza adoperare le parole, perché non ce n’era bisogno. La manifestò per immagini in diretta, la prima delle quali venne in primo piano quel 13 maggio dell’81 in cui un lupo grigio sparò due colpi di pistola in Piazza San Pietro, trafiggendo Lolek, il ragazzo che voleva cantare insieme con centinaia di migliaia di papa-boys. Sopravvisse Karol, l’Atleta di Dio che alla demolizione del corpo, per quell’odioso agguato diventatogli lentamente ma inesorabilmente nemico, avrebbe opposto un’ostinata resistenza.
Lo portò in giro per il mondo – come un martirio visibile – quel corpo ogni giorno più piegato, ogni giorno più tremante, ogni giorno più disobbediente. “Un papa degno di questo nome deve passare attraverso la sofferenza” era solito dire. E per quella sofferenza implacabile, sopportata in silenzio, col trascorrere dei giorni ogni passo diventava una sfida, ogni movimento si traduceva in una mal trattenuta smorfia di dolore, ogni parola si perdeva in una scabra eco ondulare.
Fu tragica e sublime, l’ultima enciclica muta, nuda, e innocente dell’ignoto prete dell’Est miracolosamente asceso al soglio Pontificio: icona propria di un’incommensurabile Settimana di Passione che fa rivivere la divina tragedia dell’“Ecce Homo!”, il manifestarsi dell’essere umano nella sua fragilità, nella sua esteriore debolezza, nel suo “sfiguramento dolorante”; ma nello stesso tempo icona dell’uomo che ha speso la vita intera per il Vangelo, cioè per tutti gli altri uomini, amando fino all’estrema dedizione, perdonando fin oltre i confini dell’umiltà. Prima di consegnare la propria vita al Creatore.
(Aldo Bello).
 

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