Mettici la mano

Maurizio Casagrande

Gianfranco Gallo

Carlo Buccirosso

Il medico dei pazzi

Biagio Izzo

Daniele Russo

  

Teatro Ricciardi: stagione 2021-22

Capua (CE) – dal 22 novembre 2022

Comunicato stampa

Stagione teatrale 2021/22, Teatro Ricciardi, Largo Porta Napoli, Capua (CE)
Martedi 22 Novembre, ore 21, "Mettici la mano" di Maurizio De Giovanni
con Antonio Milo, Adriano Falivene, Elisabetta Mirra, regia Alessandro D'Alatri
produzione Diana Or.I.S., costumi Alessandra Torella, scene Toni Di Pace
musiche Marco Zurzolo
Questo progetto nasce come una costola della saga de 'Il commissario Ricciardi', dopo il successo della serie televisiva a cui ho lavorato. Dalla straordinaria e immaginifica penna di Maurizio de Giovanni, due tra i volti più colorati si staccheranno dalle vicende del filone corale del Commissario e torneranno a raccontarsi con il pubblico, ma questa volta dal vivo: il brigadiere Maione e il femminiello Bambinella. Due figure che non fatico a descrivere come maschere, unici tra i personaggi dei romanzi ad indossare un costume: uno con il rigore della divisa e l?altro con la leggerezza della femminilità travestita. La vicenda manterrà la sua ambientazione napoletana, città che continua amorevolmente a vivere nella mia esperienza, raccontata in un periodo temporale diverso da quello dei romanzi. Qui troveremo una Napoli devastata dalle conseguenze del nazifascismo, martoriata dagli allarmi e dai bombardamenti, ma mai priva di quella carica di umanità e di amore per la vita. Medesimi saranno i due attori che hanno interpretato la serie tv: Antonio Milo e Adriano Falivene. Una garanzia artistica in equilibrio tra dramma e commedia che sicuramente restituirà al pubblico la gioia di ritornare in platea. La novità è nel ruolo di Melina, straordinario sguardo sul sacrificio femminile di quell'epoca. Medesimi saranno anche i reparti artistici che mi affiancheranno in questa nuova avventura: chi ha amato i romanzi e la fiction ritroverà la stessa poetica e lo stesso divertimento. A completare la magia ci saranno le musiche di Marco Zurzolo. Aggiungo il piacere e l'orgoglio di collaborare con il teatro Diana, un?istituzione nella storia del teatro napoletano.
Da Venerdi 2 a Domenica 4 Dicembre, "A tu per tre 2.0" di Maurizio Casagrande
con Maurizio Casagrande, regia Maurizio Casagrande
In un periodo di grande difficoltà per le restrizioni e le incertezze dovute alla pandemia che ci ha colpiti così duramente, ho preferito scrivere ed allestire uno spettacolo agile e leggero che mi permettesse di girare con facilità e di poter mantenere bassi i costi per sostenere i teatri che hanno importanti difficoltà economiche, ma senza per questo rinunciare allo stile e alla qualità che da sempre mi hanno dato la possibilità di costruire un rapporto di fiducia con il pubblico che mi segue da anni. Il tutto immerso in un'atmosfera di intimità e condivisione che tanto ci sono mancati ultimamente. Semplice, confidenziale e di grande presa sul pubblico che si ritrova im-merso in una atmosfera calda e pia-cevole, ma mai banale o approssimativa. Tutto avviene in una apparente improvvisazione che, nello svolgersi della serata, svela il raffinato disegno generale. In scena una pianista, una cantante e Maurizio Casagrande. Due donne ed un uomo. Un "triangolo" pericoloso che porterà le ragazze a coalizzarsi contro di lui mettendolo in netta minoranza. Lo spettacolo, che ha una durata di circa un'ora e quaranta minuti, è strutturato in tre parti fondamentali che si amalgamano in una struttura omogenea.
Mercoledi 7 Dicembre, ore 21, "Quartieri spagnoli" il Musical di Gianfranco Gallo
con Gianfranco Gallo, regia Gianfranco Gallo
produzione Stabile Girovaga di Famiglia
Gianfranco Gallo ritorna con il suo musical Quartieri spagnoli, che ha debuttato venticinque anni fa, ispirato a Lisistrata di Aristofane. Il testo è ambientato a Napoli, in uno scenario governato dalla camorra.
12 gennaio, "Lerba del vicino e' sempre piu' verde" di Carlo Buccirosso
con Carlo Buccirosso, regia Carlo Buccirosso
produzione A.G. Spettacoli - Ente Teatro Cronaca
Marcello Trevisan, irreprensibile scrupoloso cassiere di banca, affittuario di un moderno monolocale, da tempo in aperta crisi matrimoniale, vive un momento di profonda depressione, insoddisfatto del proprio tenore di vita, delle proprie ambizioni, delle proprie scelte, delle proprie amicizie, e non di meno di sua sorella, rea di aver contribuito al peggioramento delle sue insicurezze, e del suo devastante pessimismo! in continua spasmodica ricerca di libertà, di cambiamenti, di nuove esperienze di vita, e di un'apertura mentale che gli è sempre stata ostacolata dai sensi di inferiorità, e dalla mancanza di spregiudicatezza, Marcello guarda il mondo e le persone che lo circondano alla stessa stregua di un fanciullo smanioso di cimentarsi con le attrazioni più insidiose di un immenso parco giochi, cui non ha mai avuto l'opportunità di poter accedere, ed è così che pervaso dall'adrenalina della novità, dall'eccitazione del rischio, nonché dalla paura dell'ignoto, si ritroverà presto soggiogato dalla sindrome dell'Erba del vicino, ovverosia dalla sopravvalutazione di tutto quanto non gli appartenga, di ogni essere umano diverso da sè stesso, di qualsiasi tipo di emozione possa procurargli una donna che non sia uguale a sua moglie, il tutto accompagnato da un doloroso senso di autocommiserazione, ed un'ammirazione spropositata verso chi nella vita ha saputo guadagnarsi, con grande fortuna, soldi e successo a sbafo, a discapito suo che mai ha avuto il fegato di osare, né di cambiare modo di essere pur di raggiungere qualcosa d'importante... e sarà allora che quel senso di attrazione verso colui che è diverso da te, che riesce in tutto più di te, e che sa essere quello che giocoforza non sei mai stato tu, potrà improvvisamente trasformarsi in invidia malsana, e di lì a poco in un'irrefrenabile follia omicida! In un simile spiazzante panorama, chiunque avesse la malaugurata idea di suonare alla porta di casa Trevisan per qualsivoglia motivo, come per la consegna di un ordinazione dal giapponese o di un pacco postale, o per un incontro privato fissato su di una hot chat, o peggio ancora per uno sventurato errore domiciliare, si troverebbe invischiato in una situazione non facilmente gestibile, con l'arduo compito poi di tentare di uscire dall'appartamento in tempi brevi, e possibilmente nelle migliori condizioni di salute! In definitiva, l'erba del vicino sarà pure più verde di quella del nostro bancario, ma l'importante è che non si macchi mai di rosso sangue. E se invece, fosse proprio il vicino di casa in carne ed ossa, a sfidare la sorte suonando alla porta dell'appartamento di Marcello, magari solo per chiedere la cortesia di qualche foglia di basilico?!... Cambierebbe qualcosa al finale della nostra vicenda?
Giovedi 26 Gennaio, ore 21, "Il medico dei pazzi" di Eduardo Scarpetta
con Giovanni Allocca, Angela De Matteo, Massimo De Matteo, Peppe Miale, regia Claudio Di Palma
produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro S.G.A.T. Tradizione e Turismo - Teatro Sannazaro
costumi Giuseppe Avallone, scene Luigi Ferrigno
Un giovane sfaccendato e disoccupato, inopinatamente scialacquatore al gioco, fa credere a suo zio Felice Sciosciammocca, sindaco di Roccasecca e suo ingenuo finanziatore, di essere medico a Napoli in una clinica per malati di mente. Al sopraggiungere inatteso dello zio il giovane si affanna a tessergli contro un intricato raggiro. Spaccia i clienti di un albergo da lui frequentato, come i casi clinici che è impegnato a seguire e curare. In effetti, le caratterialità degli ospiti rendono sufficientemente credibili agli occhi dello zio Felice le anomalie psichiche loro attribuite dal giovane e conseguentemente il poveruomo, tutto teso ad assecondare le volontà dei ?pazzi?, diventa artefice e vittima di una continua e crescente serie di equivoci esilaranti. Il lieto fine è misuratamente annunciato e realizzato. La scoperta dell?inganno, la confessione ed il perdono diventano, così, fasi di una liturgia della pacificazione che sancisce e chiude come da tradizione ogni invenzione di Scarpetta.
Mutuando le dinamiche delle vaudevilles francesi, Scarpetta prefigura, nelle sue opere, esasperazioni comiche che provengono in ogni caso da spaccati di vita possibile. La società parallela che teatralmente immagina ha, infatti, punti di contatto con un mondo reale, quello partenopeo d?inizio Novecento, popolato ancora da macchiettismi naturali e da rarità fisico-comportamentali. Il suo abile gioco drammaturgico consiste nell?inserimento surreale di queste eccentriche zoomorfie umane in contesti e situazioni che ne accelerano il potenziale buffo e buffonesco. La sua grammatica scenica farcisce i personaggi di un linguaggio composto da strafalcioni e nonsense, articolando così rapporti che, nella moltiplicazione dell?assurdo, sappiano anche testimoniare vizi e manie assolutamente verosimili. È così che, ad esempio, il risibile complotto che il giovane rampollo ordisce ai danni dell?ingenuo zio Sciosciammocca diventi occasione, magari non cosciente, ma non per questo meno efficace, di una analisi dei rapporti tra il vero ed il falso, tra la sanità mentale e la follia. ?O miedeco d? ?e pazze è, in questo senso, un emblematico, complesso e riuscito ingranaggio teatrale in cui la comicità nasce infondo dal contrasto continuamente opposto dagli eventi (dalla vita) ai legittimi desideri e ai plausibili propositi dei più disparati avventori. Impietosamente, ma con spirito divertito, Scarpetta fa inciampare le sue creature in mille frustrazioni trasformando così agli occhi di Sciosciammocca, e soprattutto del pubblico, le loro minute, quotidiane speranze in assolute follie.
Scarpetta suggerisce a tutti, insomma, di riconoscere l?insania e lo squilibrio che frequentemente informano la nostra ostentata assennatezza e nel sonoro divertimento che sa generare nasconde note sottili e taglienti che restano come vago e misterioso riverbero della più gioiosa risata.
Martedi 14 Marzo, ore 21, "La coppia strana" con Biagio Izzo
Due attori in tournée. Due grandi attori, due professionisti di successo. Due amici, complici e solidali, d'accordo su tutto, in un susseguirsi di attenzioni e premure talmente inverosimili da risultare esilaranti. L'uno è un playboy ingenuo, fedifrago suo malgrado, comico sempre e ovunque, morbido, generoso e geniale nelle sue invenzioni teatrali. L'altro, la sua spalla in scena e nella vita, è un gran simpaticone che ha meno fortuna con le donne e vive di luce. Di successo riflessi, ma lo ripete sempre- è felice così. Durante una replica dello spettacolo, però, quest'ultimo inciampa e cade tra le risate di tutti, anche del suo amico, e quando si rialza, di punto in bianco, uno strano tic nervoso gli scuote il corpo e si riverbera sul volto con una smorfia intermittente e davvero buffa, che non lo abbandonerà mai più. Il playboy ingenuo, pensando che il tic nervoso sia una trovata geniale dell'amico, cavalca l'onda e, fomentato dalla risata scatenata dal pubblico, comincia ad improvvisare impazzito, mettendo amabilmente in ridicolo l'amico che sta al gioco a fatica, spiazzato e stordito. Alla fine della serata, infatti, ancora scosso dal fremito di quella smorfia, pur avendo accettato amabilmente le scuse che l'ingenuo, con le rose comprate dall'indiano di turno, l'altro torna a casa e comincia a pianificare la sua vendetta, una vendetta del tutto sproporzionata rispetto all?accaduto e all'amicizia che li lega La coppia strana è una commedia che prende spunto da La strana coppia, lo spettacolo che i due protagonisti portano in giro, ma lo rovescia per raccontare una nuova storia e due nuovi personaggi, tra scene comiche e cortocircuiti esilaranti, governati da dinamiche più che umane qua e là quasi bestiali, in cui riconoscersi un po' tutti così da riflettere tra mille risate, e poter scegliere fin da dove spingersi e da quale parte stare nella vita.
Giovedi 23 Marzo, ore 21, "Le cinque rose di Jennifer" di Annibale Ruccello
con Daniele Russo, Sergio Del Prete, regia Gabriele Russo
produzione Fondazione Teatro di Napoli - Teatro Bellini
costumi Chiara Aversano, scene Lucia Imperato, musiche Alessio Foglia
Jennifer è un travestito romantico che abita in un quartiere popolare della Napoli degli anni'80. Chiuso in casa per aspettare la telefonata di Franco, l'ingegnere di Genova di cui è innamorato, gli dedica continuamente Se perdo te di Patty Pravo alla radio che, intanto, trasmette frequenti aggiornamenti sul serial killer che in quelle ore uccide i travestiti del quartiere. Gabriele Russo affronta per la prima volta un testo di Ruccello scegliendo il più simbolico, quello che nel 1980 impose il drammaturgo all?attenzione di pubblico e critica. Il regista ci preannuncia una messinscena dall?estetica potente, fedele al testo e, dunque, alle intenzioni dell?autore «ci atteniamo alle rigide regole e alle precise indicazioni che ci dà Ruccello stesso racconta Russo cercando di attraversare, analizzare, capire sera per sera, replica dopo replica un testo strutturalmente perfetto, che delinea un personaggio così pieno di vita che pare ribellarsi alla mano di una regia che vuole piegarlo alla propria personalissima visione. Non è un testo su cui sovrascrivere ma in cui scavare, per tirare fuori sottotesti, possibilità, suggestioni, dubbi». In scena, un inedito Daniele Russo, affiancato da Sergio Del Prete in un allestimento che restituirà tutta la malinconia del testo senza sacrificarne l'irresistibile umorismo.
Note di regia
Se ci si ferma a pensare, l'unica scelta sensata è quella di non azzardarsi a toccare un testo come Le cinque rose di Jennifer di Annibale Ruccello. È una pietra miliare del teatro, un testo che quanto più lo si legge e approfondisce tanto più ti penetra, ti entra nell'immaginario, si cristallizza nei pensieri e si deposita nell?inconscio. Anche solo dopo averlo letto (caso raro poiché sappiamo che il teatro non si legge) Jennifer smette di essere il personaggio di un testo teatrale per farsi carne e ossa, sangue e sentimenti. Una persona viva, sempre esistita. Qualcosa che ti appartiene, che è dentro di te, nei tuoi sentimenti, nella tua cultura, nei tuoi suoni, nel tuo immaginario. Qualcosa di ancestrale, di antico e moderno, che risuona tutti i giorni dentro di noi, su un palcoscenico, nei vicoli della città o nelle pagine di un libro. Jennifer è il diavolo e l?acqua santa. Eterna contraddizione. Paradigma dell'ambiguità napoletana.
Questa sensazione di appartenenza è quella che soltanto i personaggi dei grandi classici riescono a restituire, quelli che, come fantasmi, si aggirano quotidianamente nelle segrete di tutti i teatri, anche quando in scena si recitano testi contemporanei.
È un testo che è Napoli stessa e dunque punto di riferimento, mito e desiderio di tutta la Napoli teatrale che ne conosce le battute a memoria. È un testo che, come tutti i classici ma in modo forse ancor più radicale, vediamo anche attraverso quello che è già stato, nella voce e nei corpi di chi già lo ha interpretato, primo fra tutti Ruccello stesso. Questi elementi, però, sono anche quelli che ci spingono a rimetterlo in scena, ad accostarci al suo mito, al suo fantasma, con rispetto ma anche liberi da sovrastrutture, poiché apparteniamo alla generazione che non ha vissuto Ruccello negli anni in cui era in vita, non abbiamo vissuto il lutto della sua prematura scomparsa: pertanto, scriviamo su di noi attraverso di lui. Per farlo, ci atteniamo alle rigide regole e alle precise indicazioni che ci dà l?autore stesso, cercando di attraversare, analizzare, capire sera per sera, replica dopo replica un testo strutturalmente perfetto, che delinea un personaggio così pieno di vita che pare ribellarsi alla mano di una regia che vuole piegarlo alla propria personalissima visione. Non è un testo su cui sovrascrivere ma in cui scavare, per tirare fuori sottotesti, possibilità, suggestioni, dubbi. Ad esempio, Anna, il travestito che va a trovarla a casa, chi è? Una proiezione di Jennifer? Il suo inconscio? L?assassino del quartiere? Gli omicidi stanno accadendo realmente? Le telefonate sono vere o inventate? Quel che accade è vero o è tutto nell?immaginario di Jennifer? Ecco perché nella nostra messinscena Anna è presente sul palco tutto il tempo dello spettacolo, osserva Jennifer dall?esterno, si aggira come uno spettro intorno alla casa (l'isola) su cui Jennifer galleggia e vive la sua intimità. È il suo specchio. Queste domande, queste sospensioni sostengono l?atmosfera fra il thriller ed il noir tanto cara a Ruccello, che noi cercheremo di amplificare al fine di creare quella tensione che richiede un testo fatto di telefonate e attese. Un testo che rimanda a Pinter o a Beckett...Confesso di aver immaginato anche di metterlo in scena come Giorni Felici, con la sola testa di Jennifer che fuoriusciva da un telo che avrebbe rappresentato il Vesuvio. Ma poi... perché? I temi e i livelli di lettura non sono univoci, non possono essere ingabbiati ed intellettualizzati. Le cinque rose di Jennifer racconta di due travestiti napoletani ma racconta anche e soprattutto la solitudine, la solitudine che è il rovescio della medaglia della speranza che Jennifer mantiene dentro di sè fino alla fine e, dal mio punto di vista, oggi racconta con forza anche la condizione dell?emarginato, quella di chi si deve nascondere. Ecco perché in questa nostra messinscena Jennifer al suo ingresso in casa non vestirà panni che dichiarano la sua condizione femminile ma si nasconderà in abiti apparentemente maschili, trasformandosi solo nell?intimità casalinga, in cui è libera di essere o di provare a essere. La trasformazione è un tema centrale della nostra messinscena: il travestire più che il travestito, il che ci lega anche alla città ed ai mille modi in cui essa si copre e agghinda. Jennifer si traveste, come un attore, come Napoli. Jennifer si trasforma, come un attore, come Napoli. È fragile, come un attore, come Napoli. Prova, come un attore, non come Napoli, che non ci prova nemmeno.
L'estetica della messinscena, sarà nel segno del Kitsch, un aspetto che Ruccello tiene ad evidenziare fin dalle prime didascalie, che rimanda a uno stile e a un linguaggio specifici. Per spiegarmi meglio, prendo a prestito le parole di Kundera, secondo il quale «Nel regno del Kitsch impera la dittatura del cuore. Il Kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell'esistenza umana è essenzialmente inaccettabile.» è un mondo di sentimenti, dove vige la dittatura del cuore e, nel caso di Jennifer, la solitudine. Le restano solo gli oggetti e le fantasie a cui aggrapparsi per non sprofondare nel vuoto, nelle mancanze, nelle ansie, nelle angoscia. L'estetica del Kitsch è finzione, così Jennifer finge con gli altri e con se stessa fino alle estreme conseguenze, respinge dal proprio campo visivo ciò che è essenzialmente inaccettabile. In tal senso è una vera attrice, perché finge talmente bene da essere vera.
Gabriele Russo

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