Teatro Garibaldi: stagione 2026/27
S Maria C. V. (CE) - Dal 31 ottobre al 3 Aprile 2027
Comunicato stampa
31 Ottobre, "Rosencrantz e Guildenstern
sono morti" di Tom Stoppard
con Francesco Pannofino, Franceco Acquaroli,
Paolo Sassanelli
e con: Andrea Pannofino e Chiara Mascalzoni
regia:
Alberto Rizzi
scena: Luigi Ferragino
musiche: Natale Pannofino
produzione: Nuovo Teatro
Da oltre sessanta anni Rosencrantz e Guildenstern
sono morti di Tom Stoppard viene rappresentato in tutto il mondo ed è diventato,
dunque, un classico amato e apprezzato del teatro contemporaneo.
In questo
nuovo allestimento della commedia abbiamo deciso di mescolare l’umorismo inglese
di Stoppard alla tradizione comica della Commedia dell’Arte, per creare uno
spettacolo che esplori la profonda riflessione esistenzialista/filosofica del
testo originale, esaltandone la potenza comica ed emotiva che caratterizza la
pièce.
Il testo è un Amleto rivisitato, spiato dal buco della serratura
attraverso lo sguardo colmo di dabbenaggine dei due protagonisti Rosencrantz e
Guildenstern che, quando guardano l’intera vicenda del principe danese, ne
colgono soltanto i tratti surreali e farseschi.
Stoppard, del resto, è noto
al grande pubblico per aver scritto la sceneggiatura di Shakespeare in love dove
si intrufolava nel dietro le quinte di Romeo e Giulietta, mentre con Rosencrantz
e Guildenstern sono morti si butta a capofitto nel backstage dell’Amleto.
Prende, infatti, due personaggi secondari dell’Amleto di Shakespeare,
Rosencrantz e Guildenstern, e ne fa i protagonisti di una commedia dai toni
bizzarri.
In scena una coppia di grandi attori – Francesco Pannofino e
Francesco Acquaroli, rispettivamente nei panni di Rosencrantz e Guildenstern –
diventa un duo di maschere tragicomiche, accompagnata da Paolo Sassanelli nel
ruolo del Capocomico.
Al centro della nostra messinscena una grande macchina
scenica, un marchingegno medievale che mescola il teatro/carro della Commedia
dell’Arte con il palcoscenico a due piani tipico del teatro elisabettiano; una
scenografia giocosa e mutevole, in continuo movimento, che si trasforma ora in
teatro, ora in castello, ora in nave.
Anche i costumi d’epoca possono essere
trasformati e alterati, in una dinamica che continua a esplicitare il teatro
dentro il teatro. Del resto, se Stoppard, con la sua pièce vuole rileggere
l’Amleto in chiave comica anche la nostra messa in scena vive di questa
suggestione metateatrale.
Uno spettacolo giocoso, dinamico, dal sapore del
teatro di strada, popolare – nel senso più shakespeariano del termine –
espressione di un teatro stratificato che possa emozionare e parlare a tutti.
10 Novembre, "Lettera ad Eduardo" di Massimiliano Gallo
voce: Carmen Scognamiglio, ensemble: Napolinord Big Band
direzione artistica
e arrangiamenti: M° MImmo Napolitano
Massimiliano Gallo dà voce e anima ad
alcuni tra i più intensi brani del teatro e della poesia di Eduardo De Filippo,
restituendo al pubblico il suono profondo delle sue parole: quelle che sanno far
ridere, commuovere e riflettere.
Ad accompagnare il racconto scenico, un
raffinato ensemble musicale diretto dal maestro Mimmo Napolitano, che firma
anche gli arrangiamenti originali. La voce di Carmen Scognamiglio arricchisce la
serata con interpretazioni musicali che dialogano con le atmosfere evocate dai
testi.
Un incontro tra teatro e musica, tra parola e melodia, che celebra
Eduardo come autore universale, capace di parlare all’anima con la semplicità e
la profondità dei grandi maestri.
26 e 27 novembre, "Figli"
di Mattia Torre
con: Edoardo Pesce, Silvia D’Amico, Carlo De Ruggieri,
Cristina Pellegrino
adattamento e regia: Fausto Paravadino
produzione:
Nuovo Teatro
C’è una coppia che sta bene, si amano, vanno al cinema, hanno
gli amici, si fanno le pizze, gli aperitivi, le vacanze e persino il teatro.
Visto che stanno così bene diventano grandi e fanno una bambina. La loro vita
cambia quasi completamente ma non tornerebbero indietro, prima erano felici in
due, ora lo sono in tre: ancora di più. Poi la gioia, la vita, il destino… fanno
un altro figlio. E tutto comincia ad andare a rotoli. Col secondo figlio succede
loro quello che il secolo scorso succedeva quando se ne facevano una decina: la
mamma diventa una mucca, il padre un bue da aratro. Bestie da soma. Il welfare è
quello che è, l’Italia – lo sappiamo – da quel lato è il posto più difficile
d’Europa e Roma è il posto più difficile d’Italia, ci vorrebbero più nonni più
soldi, più nidi, più tutto… e invece siamo noi due che ce la mettiamo tutta con
una bambina che pure ce la mette tutta e un bimbo nuovo nuovo che è venuto al
mondo vestito da problema. Ma è possibile che sia davvero lui il problema? A
volte magari sì. Ma nel nostro caso no. E i nostri eroi, dovranno trovare il
coraggio di andare un po’ a fondo del problema se lo vogliono risolvere (e lo
vogliono) e diventare ancora un pochino più grandi di quello che gli sembrava di
essere già. “Figli” è un film di Mattia Torre di qualche anno fa, che adesso
diventa una commedia di Mattia Torre e Fausto Paravidino. Io sono Fausto e ho
provato ad aiutare Mattia a fare l’adattamento teatrale della sua commedia visto
che lui non c’è più. Ho cercato di scrivere insieme a lui, con rispetto per il
suo gusto (che condivido, per cui non è stato quello un gran sforzo) ma senza
timori reverenziali, se qualcosa non mi funzionava bene ho cercato di vedere se
cambiandola funzionava meglio. Adattare una sceneggiatura al teatro non è un
atto automatico, il cinema rivela certi aspetti della vita e della scrittura, il
teatro ne rivela altri. Questo per dire che chi ha amato il film lo ritroverà,
ma quello che ho cercato di fare con questo adattamento e che cercherò di fare
con lo spettacolo non è la ribollita. È un’altra cosa, speriamo tutti una cosa
in più e non una cosa in meno. In scena si vedranno quattro attori. Due
interpretano lui e lei, la coppia, gli altri due, insieme alla scena
interpreteranno tutto il mondo perché in questo Mattia Torre è molto chiaro:
quando guarda in una stanza dal buco della serratura è tutto il mondo che cerca
di vedere. Ci proveremo, non vedo l’ora.
20 Dicembre, "Tutti
gli uomini che non sono"
tratto dal libro omonimo di Paolo Calabresi, scritto
e diretto da Paolo Calabresi
e con: Carolina Di Domenico
scene: Roberto
Crea, luci: Marco D'Amelia, progetto video: Carmine Acconcia, costumi:
Alessandro Lai
produzione: Nuovo Teatro
“Tutti gli uomini che non sono” è
uno spettacolo che ripercorre l’incredibile storia realmente accaduta delle
trasformazioni di Paolo in personaggi realmente esistenti.
Molti ricordano la
straordinaria performance del falso Nicolas Cage, accolto allo stadio con tutti
gli onori dal presidente del Milan, seguita nel corso degli anni da molte altre
operazioni di trasformismo.
Ma quello che pochi sanno è che queste
impressionanti performance nascono in conseguenza di alcuni eventi traumatici
che Paolo ha subito nel giro di poche settimane, e da cui è uscito attraverso un
uso “improprio” del suo mestiere di attore. Ha cominciato infatti a rubare
l’identità di persone famose realmente esistenti nella vita reale e all’insaputa
di tutti. Una serie di operazioni che ha finito per coinvolgere la sua vita
privata investendo la sua numerosa famiglia, e in particolare la relazione con
la moglie, figura fondamentale che sarà interpretata da Carolina Di Domenico.
Questo spettacolo è la rappresentazione viva di questa incredibile storia.
I
filmati originali e inediti girati da Paolo a documentazione dei suoi “falsi”,
in cui si finge, di volta in volta, Nicolas Cage, John Turturro, Marilyn Manson,
un capo africano, un cardinale e via dicendo, saranno parte integrante della
rappresentazione e daranno vita a una rappresentazione in cui realtà e finzione
sono indistinguibili.
Potremmo descrivere “Tutti gli uomini che non sono”
come una commedia-verità, di una comicità a tratti esilarante, che ha
l’ambizione di sviluppare delle tematiche complesse filtrandole attraverso la
costante lente dell’ironia, ma soprattutto una riflessione su quella che
percepiamo come “identità”.
Perché non c’è condizione più favorevole di
quella di chi non ha nulla da perdere per tirar fuori capacità nascoste.
16 e 17 gennaio, "Finche' giudice non ci separi" Di Augusto
Fornari, Toni Fornari, Andrea Maia, Vincenzo Sinopoli
Con: Biagio Izzo
E
con: Adriano Falivene, Carla Ferraro, Roberto Giordano, Adele Vitale
Con la
partecipazione straordinaria di: Augusto Fornari
Regia: Augusto Fornari,
Scene: Massimo Comune, Disegno luci: Luigi Raia, Costumi: Federica Calabrese,
Musiche: Gruppo SMP, Produzione: A.G. Spettacoli
Mauro, Paolo, Roberto e
Massimo sono quattro amici, tutti separati.
Massimo, libraio antiquario, è
fresco di separazione e ha appena tentato il togliersi la vita. Il giudice gli
ha levato tutto: la casa, la figlia e lo ha costretto a versare un cospicuo
assegno mensile alla moglie. Con quello che resta del suo stipendio gli amici
gli hanno trovato uno squallido appartamento, 35 mq. Massimo è disperato e i tre
amici gli stanno vicino per rincuorarlo e controllare che non riprovi a mettere
in atto l’insensato gesto. Ognuno da consigli su come affrontare la separazione,
questa nuova situazione e come ritornare a vivere una vita normale. Proprio
quando i tre sembrano essere riusciti a riportare alla ragione il loro amico,
un’avvenente vicina di casa suona alla porta. All’apparire dell’affascinante
donna, gli amici hanno un guizzo. Ma la sorpresa sarà grande quando i 4 amici
scopriranno chi è la donna misteriosa.
3 febbraio, "Indovina
chi viene a cena?" di William Arthur Rose
Regia: Guglielmo Ferro,
adattamento: Mario Scaletta
con: Cesare Bocci, Vittoria Belvedere e con:
Federico Lima Roque, Elvira Camarrone, Ira N. Fronten, Thilina Feminò, Fatima
Romina Ali e Mario Scaletta
scene: Fabiana Di Marco, musiche: Massimiliano
Pace, costumi: Graziella Pera
Guglielmo Ferro riporta in scena la stupenda
commedia che fu interpretata (al cinema) dai due mostri sacri Katharine Hepburn
e Spencer Tracy.
Il tema, quello di un matrimonio misto, allora fece scalpore
nell’america di fine anni ’60, ma oggi è più che mai di attualità in una società
sempre più multietnica.
Il soggetto di William Arthur Rose ha quasi mezzo
secolo, ma anche grazie all’adattamento di Mario Scaletta si presenta come un
testo fresco e attualissimo.“Quando mi hanno proposto questo lavoro ne sono
subito stato entusiasta – ha detto Guglielmo Ferro. Si tratta di un testo
brillante, che però trasmette un messaggio a forte connotazione sociale.
L’adattamento di Scaletta ha inoltre sfrondato tutta una parte strettamente
legata agli anni ’60, per farne un testo estremamente attuale, anche nel
linguaggio più crudo e diretto. Si parla dunque di differenze e di comprensione,
termine, quest’ultimo, che preferiamo a quello più restrittivo di tolleranza”.
14 Febbraio, "Il medico dei pazzi" di Eduardo Scarpetta
regia e adattamento: Leo Muscato
con: Gianfelice Imparato e con: Luigi
Bignone, Giuseppe Brunetti, Francesco Maria Cordella, Alessandra D’Ambrosio,
Antonio Fiorillo, Giorgio Pinto, Arianna Primavera, Giuseppe Rispoli, Ingrid
Sansone, Michele Schiano Di Cola
scene: Federica Parolini, costumi: Silvia
Ayomino, luci: Alessandro Verazzi, musiche originali: Andrea Chenna, produzione:
I Due della Città del Sole
In occasione del CENTENARIO DELLA MORTE di Eduardo
Scarpetta (29 novembre 1925)
Il medico dei pazzi è una delle più divertenti
farse di Eduardo Scarpetta, una macchina perfetta dell’equivoco.
Scritta nel
1908, racconta la disavventura di Don Felice Sciosciammocca, ricco proprietario
terriero – un po’ ignorante, molto ingenuo e irrimediabilmente provinciale – che
da anni finanzia gli studi di suo nipote Ciccillo.
È convinto che il ragazzo
si sia laureato in medicina e diriga un prestigioso manicomio. Peccato che
Ciccillo, invece di studiare, abbia sperperato tutto in divertimenti e gioco
d’azzardo, collezionando debiti e creditori.
Quando Don Felice decide di
sorprenderlo e si presenta a Napoli con la moglie, il nipote, preso alla
sprovvista, inventa una menzogna colossale: la Pensione Stella, dove vive, non è
una semplice pensione, ma un rispettabile istituto psichiatrico. Don Felice,
vedendo gli eccentrici ospiti della casa, si convince che siano pazienti. Da lì
in avanti, la commedia precipita in un vortice di equivoci e situazioni
paradossali, entrati nella memoria collettiva del teatro napoletano.
La nostra versione
Nella versione che oggi
presentiamo al pubblico spostiamo la vicenda di una settantina d’anni in avanti:
siamo agli inizi degli anni Ottanta, poco dopo la Legge Basaglia (1978), che
sancisce la chiusura dei manicomi e la nascita dei nuovi servizi territoriali di
salute mentale. Una riforma accolta da molti come una rivoluzione civile, ma che
all’epoca generò paure, disorientamento e diffidenza, soprattutto tra la gente
comune.
A Napoli e in Campania il dibattito fu particolarmente acceso:
psichiatri come Sergio Piro promossero attivamente il cambiamento, aprendo i
reparti e sperimentando forme di cura comunitaria, mentre la trasformazione
dell’ex manicomio “Leonardo Bianchi” procedeva tra difficoltà e resistenze.
Anche la stampa, con giornalisti come Ciro Paglia, ebbe un ruolo decisivo nel
denunciare lo stato degli ospedali psichiatrici e nel sostenere la riforma.
Ed è in questo clima di maggiore realismo che la farsa si trasforma in commedia:
un mondo in cui Felice Sciosciammocca, uomo di campagna partito da Roccasecca,
arriva a Napoli come se andasse in gita, o allo zoo, totalmente inconsapevole
della complessità di questa rivoluzione epocale in atto.
È lì per vedere il
frutto dei loro enormi sacrifici e della quantità di denaro che lui e la moglie
Concetta, ereditiera di un allevamento di maiali, hanno elargito al nipote
Ciccillo per farlo laureare e aprire una clinica privata. Peccato che il nipote,
da anni, non metta piede all’università: in realtà è un ludopatico sommerso dai
debiti, ricercato dagli strozzini, che si mantiene con menzogne sempre più
spudorate, sostenuto da un amico di buon cuore che cerca di fargli da coscienza
critica, senza riuscire a cavarne un ragno dal buco.
Quando lo zio piomba a
sorpresa, spaccia la pensione in cui vive per una nuova casa di cura, frutto –
dice – dei sacrifici degli zii.
In questa modesta pensione, abitata da
un’umanità fragile ma dai caratteri forti, Felice incontra una galleria di
figure straordinarie, ossessionate da problemi che a loro sembrano
insormontabili e che li fanno vivere in un perenne stato di agitazione ed
eccitazione. Fra loro c’è un uomo eccessivamente ingenuo a cui qualcuno ha fatto
credere che reciterà la parte di Otello in una matinée, e che studia
ossessivamente una parte che non è in grado di sostenere; un musicista geniale e
squattrinato, che suona per strada e cerca un compagno con cui dividere la
fatica; un ex vigile urbano detto “il Maggiore”, licenziato a causa della sua
obesità e abbandonato anche dalla moglie; uno che si definisce scrittore ma
straccia ogni riga che batte a macchina; una madre esuberante in cerca di marito
per una figlia troppo timida; e un direttore zelante che cerca di tenere in
ordine una pensione che, a un certo punto, sembra davvero sul punto di
esplodere.
Per Don Felice, la Pensione Stella diventa un circo degli orrori,
e il suo smarrimento cresce di scena in scena, fino a vacillare lui stesso sul
confine tra ragione e follia. Tutti personaggi eccentrici ma reali, che Felice
scambia per pazzi, vivendo la giornata più lunga della sua vita.
Quando, nel
terzo atto, scopre la verità, Felice resta senza terra sotto i piedi. La beffa
del nipote – in cui ha investito speranze, affetto e denaro – gli esplode
addosso. E mentre il pubblico ride, lui si stringe nella sua giacchetta da
provinciale fuori posto, con il cuore gonfio di delusione.
Forse è davvero
lui il più matto di tutti: l’ultimo a credere che l’onestà possa ancora regalare
un lieto fine.
13 e 14 Marzo, "La sciantosa" Di Vincenzo
Incenzo
Con: Serena Autieri
Regia: Gianni Santucci
Serena Autieri
insieme ai suoi musicisti rilegge Elvira Donnarumma, detta “‘a capinera
napulitana”, regina indiscussa dei cafè chantant d’inizio 900, anticonformista e
antidiva, amata da Eleonora Duse e Matilde Serao.
Dai brani più conosciuti e
coinvolgenti, quali ‘A tazz’ e cafè e Comme facette mammeta, a classici
passionali immortali come I’ te vurria vasà e Reginella, sino a perle nascoste
come Suonne sunnate, Io ‘na chitarra e ‘a luna, Canzone a Chiarastella, oggi
ascoltabili solo con il grammofono a tromba, Serena Autieri entra nei luoghi e
nei codici del caffè concerto e del varietà, vero e proprio spartiacque tra la
musica di Napoli che fu e quella che verrà, con un significativo lavoro di
ricerca e rivalutazione nel repertorio dei primi del ‘900, prima che la canzone
della Belle Epoque ceda il passo all’inno patriottico con l’entrata in guerra
dell’Italia.
2 e 3 Aprile, "Quasi quasi ci ritento" scritto
e diretto da Paolo Caiazzo
Chi dice di non aver rimpianti ne’ rimorsi, mente
sapendo di mentire! Questa è l’amara convinzione di Lorenzo che, la sera del suo
sessantesimo compleanno, si prepara a spegnere da solo le candeline quando la
sua vita viene sconvolta dall’arrivo di Maya, una misteriosa donna proveniente
dal futuro. Convinta inizialmente di aver sbagliato coordinate temporali, Maya
scopre invece che Lorenzo è l’uomo che sta cercando: il suo consenso è infatti
indispensabile per la vendita di un’intelligenza artificiale destinata, nel
tempo, a generare una pericolosa confusione tra verità e menzogna, trascinando
l’umanità nel caos. Mentre il destino del mondo sembra dipendere da una semplice
telefonata, Lorenzo ha un’unica ossessione: tornare nel 1994 per correggere
l’errore che ha cambiato per sempre la sua vita sentimentale. Perché quella sera
della finale Italia-Brasile non ha sbagliato solo Baggio! Tra viaggi nel tempo,
episodi storici, equivoci, nostalgia degli anni Novanta e incontri impossibili
con il proprio passato, la commedia di Paolo Caiazzo racconta in chiave comica,
secondo il suo stile di leggerezza ed umanità, una domanda universale: Se
potessimo tornare indietro per cambiare una nostra scelta, quale prezzo saremo
disposti a pagare?
Orario spettacoli feriali ore
21.00 - festivi ore 18.00
Teatro Garibaldi, Corso Garibaldi, Santa Maria
Capua Vetere
Biglietteria: Info botteghino 0823.799612
Orario botteghino
campagna abbonamenti
dal 18 giugno al 4 luglio dal lunedì al venerdì ore
17.00/20.00
Orario botteghino dal 2 settembre Orario spettacoli feriali ore 21.00 - festivi ore 18.00
Teatro Garibaldi, Corso Garibaldi, Santa Maria Capua Vetere
Biglietteria dal
lunedì al sabato ore 10.00/13.00
martedì e giovedì anche ore 17.00/20.00
Info botteghino 0823.799612






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