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Teatro Civico 14: “Non merita lamenti”

Caserta – 27 Febbraio 2010

Articolo di Clemente Tecchia

Domenica 27 al Teatro Civico 14 è andata in scena l’ultima replica dello spettacolo “Non merita lamenti”, scritto e diretto da Luigi Imperato e Silvana Pirone. È la storia breve di una famiglia del ventre di Napoli: una madre che rivende pupazzetti o fette di melone sopra banco, e eroina sotto, un padre prevaricatore che, dopo averne scoperto una relazione, costringe la figlia a prostituirsi. Quest’ultima travolta dalle violenze sarà costretta, nonostante il buon profitto, a abbandonare la scuola, per sprofondare in un inferno e infine privarsi della vita. Già dalla recitazione secca, a volte aspra delle prime battute si capisce la durezza del mondo che i personaggi vivono e hanno vissuto, l’incombenza delle regole di comportamento cui sono stati forzati a aderire pur senza esserne fino in fondo convinti. Sono tre figure distinte più che diverse una dall’altra: la madre Pasqualina (Annamaria Palomba), statuaria ma non ieratica, impietosa e compassionevole allo stesso tempo; la figlia Carmela (Ilaria Cecere) di una bellezza mutilata, senza più redenzione; e in mezzo, quasi come un cuneo, il padre (Fedele Conanico), supponente e spietato nell’umiliare le “sue” donne, ma intimamente debole. Tutti loro si affannano nel microscopico universo racchiuso sulla scena, e che sembra vivere di iterazioni: gli schiocchi della frusta del padre, la violenza delle assi e dei tavoli ribaltati, le parole dure come pietre della madre, la simulazione degli atti sessuali subiti dalla figlia. Una coazione al male che riesce in parte a sbriciolare la barriera della quarta parete, imponendo agli spettatori una più sofferta, viscerale partecipazione. Come rottura in piena regola, infine, il suicidio di Carmela mette completamente in evidenza la sostanza della vita cui si rinuncia, la vita secondo la ferrea legge del vicolo: una legge di natura che comanda solo prevaricazione o sottomissione. Il contrasto è evidente, ed è per questo che Pasqualina non può concedere -e concedersi- lacrime per la morte della figlia. Perché non potendo sopravvivere ha preferito uccidersi, e questo in un mondo dove per sopravvivere si è anche disposti a uccidere. Quando la maschera materna infine cede a un’animalesca incredulità di fronte alla mancanza, lo spettacolo si avvia alla fine. Quasi dissolvendosi nella disperante assenza di una risposta, nell’impotenza contro un destino che, ancora una volta, si è dimostrato per tutti più duro di quanto ci si potesse aspettare.

Consulta: Teatro Civico 14: Stagione Mutamenti Teatrali 10/11

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